Visioni InfraSottili: identità e memoria nell’incessante sperimentazione di Gaetano De Crecchio

©Gaetano De Crecchio – Malanocte, 2012

Interzone Galleria ospita la mostra fotografica Visoni InfraSottili dell’artista e antropologo Gaetano De Crecchio, curata da Michele Corleone e in esposizione fino al prossimo 4 maggio

Non appena si poggia lo sguardo sulle opere fotografiche di Gaetano De Crecchio si ha immediatamente l’impressione di avere a che fare con un lavoro estremamente incisivo e di notevole spessore, di un progetto dal forte impatto emotivo perché capace di toccare recondite corde intimamente radicate in ogni individuo: questioni private, ma al contempo universali come l’identità, la memoria, forme preesistenti e primitive di pensiero trasmesse in modo ereditario in grado di superare limiti e barriere spazio-temporali e persino la morte. Con le sue opere Gaetano De Crecchio ci parla di quel filo invisibile che lega l’identità di ognuno a quella dei propri antenati, ma anche di quell’eredità psichica comune all’intera umanità, quel contenitore universale che Carl Gustav Jung definì “inconscio collettivo”, custode di qualcosa di arcaico, un modo di sentire appartenente ad un lontano passato, ma istintivamente presente in ognuno di noi e capace di influenzare modi di essere e comportamenti.

©Gaetano De Crecchio – Alter Ego, 2013

Vista anche la sua formazione di Etnografo Visivo, quello di De Crecchio è un approccio alla fotografia fondamentalmente antropologico, un’indagine sull’uomo che è soprattutto un viaggio nella sua interiorità, nei suoi ricordi e oblii, razionali e non. Il suo profondo lavoro si muove da sempre “nell’ottica di una sperimentazione linguistico visuale”, una continua ricerca tecnica funzionale ad una precisa esigenza concettuale, ma anche e soprattutto al suo personale percorso evolutivo. La sua è dunque una costante (e incessante) trasformazione fotografica che lo porta a fare sue tecniche antiche e a sperimentare i più svariati procedimenti: dalle macchine stenopeiche auto costruite ai più vari metodi alternativi di stampa fotografica o di trasferimento, come quella su carta scontrino, l’Anthotipia, la pellicola istantanea fino alla stampa per fotosintesi clorofilliana, ovvero tutti dispositivi e supporti che gli permettono di manipolare l’immagine e di renderla unica con il suo gesto. Saperi e conoscenze che Gaetano ritiene essere un patrimonio non certo da custodire gelosamente, ma da trasmettere e condividere.

©Gaetano De Crecchio – Tenebris Viator, 2017

Nella mostra Visioni InfraSottili presentata all’Interzone Galleria, l’artista abruzzese espone tre progetti fotografici: Malanocte, Alter Ego e Tenebris Viator che corrispondono ad altrettante sperimentazioni tecniche e modi diversi di indagare i concetti di memoria e identità come segni archetipi. Un lavoro che ha avuto origine dal ritrovamento fortuito e inaspettato di alcune lastre fotografiche realizzate dal misterioso G.Leone, un fotografo del foggiano che con il suo lavoro ha attraversato e lasciato traccia di circa settant’anni di storia. Un lascito immenso e inconsapevole che ha infuocato la creatività e l’immaginazione di De Crecchio il quale, utilizzandolo in modi e fini diversi, ha dato vita alla trilogia di cui ci ha generosamente parlato in una piacevole chiacchierata, una di quelle conversazioni che potrebbero non terminare mai e che ti lasciano addosso la netta sensazione di aver avuto un enorme privilegio

-Marcel Duchamp è una figura con cui ogni storico dell’arte o artista contemporaneo deve prima o poi confrontarsi, che sia dal punto visivo o da quello concettuale. Il titolo stesso di questa mostra si riferisce al concetto di InfraSottile duchampiano, di cui neanche lo stesso artista francese dà una definizione chiara, associandolo ad esperienze connesse alla percezione di alcune sensazioni: calore, rumore, odore… Cosa rappresenta nel tuo lavoro questo concetto così sfuggevole?

Il titolo scelto in realtà è un trait d’union tra tutti e tre i lavori poiché tutti e tre sono pervasi dalla logica dell’InfraSottile. Tra le tracce che Duchamp ci ha lasciato di quest’idea dell’impercettibile, quella che a me è rimasta più impressa è la traccia relativa alla polvere, qualcosa che è ovunque anche quando non si vede. Rispetto ad una logica infrasottile Duchamp affermava che lo spettatore deve far in modo che il suo sguardo sia estremamente profondo per riconoscerla: bisogna scavare molto per vedere l’infrasottile così come bisogna scavare a fondo per vedere la polvere che apparentemente non c’è. Tutti e tre i lavori sono espressione di questa logica, di questo guardare “oltre”. Tenebris Viator, ovvero “Viaggiatore Oscuro” riflette fondamentalmente questo concetto: sulla lastra c’è questo disegno che è impercettibile e che io non ho visto per anni, fino a quando una certa luce e una precisa posizione hanno fatto materializzare quel viaggiatore che in realtà è sempre stato lì, è il segno lasciato dal fotografo che ha scattato quelle lastre e che è rimasto in qualche modo nascosto per molto tempo fino a che il mio sguardo non ci si è poggiato in maniera più approfondita e l’ha trovato, rivelandosi in tutta la sua potenza. In Alter Ego invece la logica dell’infrasottile si manifesta nel gioco tra personalità diverse, personalità multiple proprio perché l’essere umano si presenta in tanti modi a seconda delle situazioni che vive e delle persone che ha davanti, un criterio del guardare oltre si presenta anche in Malanocte. Il titolo Visioni InfraSottili è dunque il filo conduttore che lega questi tre lavori.

-Qui dunque sono esposti tre dei tuoi numerosi progetti fotografici che corrispondono ad altrettanti capitoli. Tre diverse “Visioni InfraSottili” in cui non manca mai la presenza umana. Vista anche la tua formazione è possibile considerare il tuo lavoro fotografico come una sorta di ricerca etnografica?

Sicuramente sì, anche se il paradosso è che quando fotografo nelle mie fotografie non c’è nessuno, ci sono solo paesaggi. Tuttavia sono sempre orientato verso un paesaggio interiore, un paesaggio dell’anima in cui cerco qualcosa che apparentemente non si vede. In ogni mio lavoro ritrovi sempre qualcosa di diverso rispetto a quello che è, che sia un volto o una riflessione, poiché credo che il lavoro del fotografo oggi sia anche questo, sia cioè guardare in maniera diversa e rivelare ciò che non si vede.

-Nell’era della grande riproducibilità digitale delle immagini, tu crei fotografie uniche che hanno una grande componente artigianale. Cos’è e quanto conta per te il gesto, la manipolazione manuale delle immagini?

Il fatto a mano secondo me è tutto. In primis perché concettualmente e antropologicamente l’artigianato, il lavoro manuale, il gesto è memoria, è qualcosa di fondamentale. Facendo molti laboratori mi rendo conto che oggi la manualità è completamente perduta, mentre il gesto in realtà è ritmo, è terapia che vuol dire anche cura di sé. Oltre a questo poi mi interessa molto l’idea stessa di unicità, non sono interessato alla grande produzione, ma mi piace pensare che semmai un giorno qualcuno avrà qualcosa di mio, quel qualcosa sarà unico. Al di là del risultato finale quello che mi attrae e stimola di più è proprio il percorso, il viaggio intrapreso per arrivare ad un determinato risultato dietro cui c’è una grandissima sperimentazione. A ben vedere tutti i miei  lavori nascono di rimbalzo tra loro, io non pongo mai dei paletti, lascio totalmente libere la creatività e la mente di fare quel che vogliono.

-Rispetto a questo tuo sperimentare mi ha affascinato molto la tua teoria del “Tornare indietro per andare avanti”

Questa è un’altra prerogativa del mio lavoro proprio perché tornare alle tecniche antiche rientra sempre nella logica del gesto come memoria e nella logica della terapia. Per questo per me è fondamentale tornare indietro e acquisire quelle conoscenze e competenze antiche: conoscerle permette di lavorare meglio in digitale e di avere un rapporto più diretto con la fotografia.

-Tornando ai singoli progetti di Malanocte, Alter Ego e Tenebris Viator, quello che colpisce della serie Malanocte è la diversa sovrapposizione dei diversi piani temporali e addirittura di diverse dimensioni: quella terrena e l’ultraterrena. Chi sono quei fantasmi, che cosa vogliono dirci?

 Malanocte (il cui titolo si riferisce all’antico nome del paese in cui sono state scattate le foto dei luoghi abbandonati, ndr) è un viaggio in cui ci sono dei personaggi che ti ascolteranno e racconteranno delle storie, ognuno a suo modo e in maniera diversa, a seconda delle persone che si troveranno davanti. I miei lavori sono aperti alle interpretazioni più svariate: un bambino in triciclo può suscitare in ognuno delle sensazioni e dei ricordi differenti.

-In Alter Ego invece le immagini si compongono di più scatti “suturati” a mano tra loro, quasi a dire che ogni individuo è il sunto di molteplici personalità che hanno tra loro assonanze e diversità. La sutura però evoca inevitabilmente anche una cicatrice, una ferita, qualcosa di doloroso. Il tuo gesto di lacerazione vuole in qualche modo evocare la sofferenza dell’accettarsi?

Sì, anche. Credo che la vita sia la ricerca di un equilibrio che spesso si riesce a trovare in maniera dolorosa. Se un individuo non vuole riconoscere le personalità multiple che sono dentro di sé, credo che non vivi una vita serena. Penso che sia più semplice riconoscerle, farle parlare in situazioni e modi diverse e senza frenare nulla.

-Ammesso che poi si riesca nel difficile compito di conoscere sé stessi…

Appunto, è molto complicato anche quello. Probabilmente è quel percorso che si inizia mettendo un punto e poi un altro, e poi un altro ancora finché non si riconosce sé stessi non solo in un modo di essere, ma in più sfaccettature fino ad arrivare ad una completa consapevolezza di sé.

Tenebris Viator è il progetto che più di ogni altro esplora le teorie junghiane di archetipo, di memoria e di inconscio collettivo. L’idea dell’esistenza di forme e simboli che si manifestano in tutti i popoli di tutte le culture, come quello della maschera, è per te una sorta di viaggio nelle tenebre?

Tenebris Viator è anche questo e probabilmente molto altro ancora. Personalmente l’ho inteso concettualmente più legato a qualcosa che non vedi, ad una personalità oscura che sta “dietro”. In fotografia quei segni, quei graffi si chiamano proprio mascherature, sono cioè vere e proprie maschere che mi piace leggere anche come la parte oscura e sconosciuta dello stesso G.Leone che quelle maschere le ha disegnate.

-Visto che la tua ricerca non si ferma e come tu stesso affermi “Senza studio non c’è ricerca, senza ricerca non c’è futuro”, a cosa stai lavorando in questo momento?

Ad oggi sto lavorando ad un progetto proprio sull’idea di archetipo di animale junghiano:  una ricerca che parte da lontano, dalla costruzione di maschere di cartone realizzate con l’intento di farle diventare un progetto fotografico sulla nudità, sulla riappropriazione della natura archetipa, sull’idea di un ritorno al primitivismo e soprattutto sull’idea di archetipo junghiano, per chiedersi infine da dove veniamo e che fine faremo…

 

www.gaetanodecrecchio.com

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Informazioni su Valentina Gallinari

Fondatrice di Octopus Art Magazine, è una storica dell'arte che ama la fotografia e i linguaggi artistici contemporanei. Laureata presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi su censura e trasgressione, continua ad approfondire le tematiche della violazione dei tabù, dell'universo simbolico dei rituali e a narrare tutto ciò che vale la pena di essere raccontato.
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