UNCANNY, il perturbante e la provocazione di Lucia Simone

©Lucia Simone, Transfer, 2017

Fino al prossimo 31 marzo la Interzone Galleria ospiterà UNCANNY, l’ultimo progetto artistico della giovane Lucia Simone: digital works e opere pittoriche che hanno un preciso intento, quello di provocare e mettere in moto l’attenzione.

Il titolo stesso del progetto chiarisce sin da subito quella sensazione di misterioso, di inquietante, quel non facilmente spiegabile che tutta l’opera di Lucia Simone evoca e trasmette. Dagherrotipi digitalmente rielaborati si alternano ad opere pittoriche dal tocco incisivo e dalla gamma cromatica acida; pitture che richiamano le inquiete pennellate di Francis Bacon e dell’Espressionismo tedesco, capaci di trascinare lo spettatore in un complesso viaggio nello spazio e nel tempo. L’esposizione UNCANNY, a cura di Michele Corleone e ospitata negli spazi della Interzone Galleria per circa un mese, mette in mostra la profonda ricerca artistica della giovane autrice perugina, una riflessione che affonda le radici nelle Avanguardie storiche, per esplorare gli intricati meccanismi della mente e fare del perturbante e della provocazione la sua principale cifra stilistica. Lucia Simone non ha paura di violare i tabù e conosce bene l’ambiguo sentimento di fascino e attrazione che si prova davanti a ciò che provoca sdegno e repulsione. In occasione del vernissage della sua mostra in galleria, ho incontrato Lucia che, con il suo irresistibile accento umbro, mi ha parlato del suo ambizioso progetto e del senso di quello che fa.

-Come ha preso vita il progetto UNCANNY?

Beh, in un contesto sociale in cui gli animi sembrano assuefatti e indifferenti davanti al dolore e alla violenza, ho voluto affrontare la questione del conturbante e della provocazione, proporre qualcosa di più profondo che riguardasse anche l’inconscio e che in qualche modo andasse oltre la semplice estetica. Il mio proposito è sollecitare una reazione, una riflessione su ciò che accade ma soprattutto su sé stessi, proprio perché di fronte a qualcosa di forte, che vìola i tabù, le persone generalmente si bloccano, hanno paura e spesso vanno in crisi.

 

-C’è un messaggio preciso che vuoi veicolare?

Il mio intento principale è quello di provocare, vorrei che le persone reagissero e pensassero in modo più profondo e autentico. Il mio fine è smuovere le coscienze ormai anestetizzate e quasi completamente appiattite, soprattutto a livello emozionale.

 

-In tutta la tua produzione artistica si percepisce un aspetto fortemente inquietante. Questo riflette un tuo personale stato emotivo?

Picasso sosteneva che è naturale che in ogni opera ci sia parte dell’artista che la realizza. Io in effetti non ritengo di essere una persona propriamente allegra e “spensierata”, tuttavia l’inquietudine che caratterizza tutta la mia produzione artistica vuole avere una sorta di fine catartico: il ruolo dell’arte è quello di smuovere il pensiero, mettere in moto l’attenzione allo scopo (ambizioso) di migliorare le persone e, di conseguenza, la società.

 

©Lucia Simone

-La tua ricerca artistica riguarda anche il concetto di “memoria”. Come affronti questa tematica?

Il mio lavoro sulla memoria consiste nel recuperare vecchie immagini e dagherrotipi per poi elaborarle digitalmente, a volte trasformandole al punto tale da non poter più riconoscere la figurazione originale. Questo non solo serve a riportare in vita il passato e non dimenticarlo, ma anche a ricostruire un legame e un rapporto con la morte che ora non abbiamo più. I dagherrotipi dell’epoca vittoriana, infatti, utilizzavano molto la fotografia post-mortem, oggi invece la morte rappresenta un enorme tabù, proprio perché la rifiutiamo, non riusciamo ad elaborarla e ad esorcizzarla.

 

©Lucia Simone, Seams Gloom, 2017

-In pittura invece affronti la tematica del tempo e della pluridimensionalità. Come definisci la rappresentazione mentale di “salto concettuale”?

L’idea di salto concettuale si lega al principio della fisica quantistica  secondo cui il salto quantico indica il passaggio tra diversi stati, un salto spazio-temporale che avviene in modo spontaneo e casuale. La presenza di diverse “dimensioni” all’interno delle mie opere pittoriche permettono a chi le osserva di attraversare diversi spazi e saltare da una realtà all’altra, senza ben capire come, ma riuscendo a percepire sensazioni differenti in momenti diversi, anche molto lontani tra loro. I salti concettuali consentono di non fermarsi ad un primo livello di lettura, ma di scoprire l’opera pian piano, stimolando continuamente la percezione di chi guarda.

 

-Parlando di linguaggi invece, oltre alla pittura tu utilizzi anche la fotografia digitale e l’incisione. Quale di questi medium ti è più congeniale per esprimere la tua interiorità?

Beh, con la fotografia non faccio che aggiungere significato ad immagini esistenti che hanno già il loro senso e contenuto, mentre con la pittura quasi sempre creo da zero. Dunque senza dubbio il mio io è più presente nelle opere pittoriche, visto anche tutto il lavoro sull’inconscio che c’è dietro.

 

©Lucia Simone, Ciclope, 2016

-La tua pittura richiama palesemente le inquiete pennellate di Francis Bacon. Da quale artisti o correnti ti senti maggiormente ispirata e/o influenzata?

Indubbiamente per me ci sono dei maestri imprescindibili come Bacon, appunto, Daniel Richter (pittore tedesco contemporaneo n.d.r.) ma anche Gerhard Richter (uno dei più grandi pittori del nostro tempo la cui opera è carica di tensione tra l’illusione e la realtà creata dai suoi dipinti n.d.r.), Egon Schiele, Hans Hartung e in generale tutto l’Espressionismo tedesco da Kirchner a Max Beckmann. In realtà poi ad ispirarmi non sono solo certi pittori: anche il tema dei “mutaforma” (figura misteriosa di origine mitologica che si riferisce alla capacità di un essere vivente di assumere sembianze di qualcuno o qualcos’altro) è molto ricorrente sia in pittura che in fotografia. Non ultima, anche la musica riveste un ruolo fondamentale poiché tutto quello che faccio è una sorta di improvvisazione jazz, così come la letteratura: “L’urlo” di Allen Ginsberg per esempio, per me è come la bibbia.

 

-Dopo UNCANNY c’è in gestazione qualche altro progetto?

A me piace l’idea di mescolare le arti e di collaborare con scrittori e musicisti per non smettere mai di apprendere, di confrontarmi, di scambiare idee. Spero dunque di creare qualcosa con alla base quest’idea di fusione delle espressioni artistiche. Poi magari, perché no, una residenza d’artista all’estero.

 

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Informazioni su Valentina Gallinari

Fondatrice di Octopus Art Magazine, è una storica dell'arte che ama la fotografia e i linguaggi artistici contemporanei. Laureata presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi su censura e trasgressione, continua ad approfondire le tematiche della violazione dei tabù, dell'universo simbolico dei rituali e a narrare tutto ciò che vale la pena di essere raccontato.
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