Tales From the Other Side, l’umanità tormentata di Miron Zownir

Miron Zownir

©Miron Zownir – Moskau, 1995

La Interzone Galleria ospita la prima personale italiana del fotografo tedesco Miron Zownir “Tales From the Other Side”, potenti immagini in bianco e nero di un’umanità reietta e disperata

Considerato uno dei più radicali fotografi della scena contemporanea, Miron Zownir si è imposto all’attenzione del grande pubblico per le sue immagini di grande impatto volte a ritrarre un’umanità ai margini, soggetti ai limiti della sopravvivenza solitamente emarginati dalla società: tossicodipendenti, prostitute, senzatetto, transgender, punk, moribondi. Immagini scattate a partire dalla fine degli anni Settanta nella Berlino Ovest, a Londra, a New York e nelle città post-comuniste dell’Europa dell’Est come Mosca e Kiev che, in uno stile crudo e brutale, mostrano quel vuoto esistenziale che la maggior parte delle persone preferisce ignorare perché troppo fastidioso o doloroso da accettare. Violando ogni possibile tabù Zownir squarcia il velo di perbenismo per sbatterci in faccia con durezza e senza filtri un mondo tormentato dalla sua stessa miseria, con immagini di un intenso bianco e nero cariche di angoscia ritrae le più infime pene e condizioni umane: ossessioni, dipendenza, follia, paura, solitudine, violenza e miseria, fino a quella più estrema, la morte.

Miron Zownir

©Miron Zownir – NYC, 1983

La Interzone Galleria ha deciso con coraggio di accogliere le inquietanti storie raccolte da Zownir nelle più “turbolente profondità della nostra società” dagli anni ’80 a oggi, e di far conoscere al pubblico romano questo straordinario testimone della sottocultura alternativa e della disperazione del mondo, così che fino al prossimo 28 ottobre ospiterà la mostra Tales From the Other Side, la prima personale italiana di Miron Zownir, curata da Michele Corleone e Martina Alessandrini. Nessun museo o galleria italiana aveva ancora osato esporre le provocatorie e disturbanti fotografie di Zownir, ritratti che frequentemente oltrepassano i comuni confini della decenza e del buon gusto, eppure di grande valore artistico per la potenza con cui disorientano e al contempo affascinano lo spettatore, in un contraddittorio sentimento di repulsione e attrazione.

Miron Zownir

©Miron Zownir – St. Petersburg, 1995

Cresciuto nella Germania post-bellica Zownir è sempre stato affascinato dal disadattamento e dall’emarginazione, dagli individui traumatizzati dalla guerra e dagli storpi, tanto da fare dell’attenzione ai soggetti estremi della condizione umana, la motivazione centrale di tutto il suo lavoro. Dopo il primo approccio alla fotografia a fine anni Settanta avvenuto tra Berlino e Londra, nel 1980 Zownir emigra negli Stati Uniti dove per 15 anni cattura la disperazione della vita di strada e il mondo oscuro della prostituzione e della tossicodipendenza. Nel 1995 si sposta in Russia concentrando la sua attenzione sui senzatetto, sui moribondi e sui cadaveri dei mendicanti riversi in strada per giorni e giorni nella più totale indifferenza, documentando (e denunciando) l’esagerato declino morale e sociale dell’ex Unione Sovietica. Per esprimersi e affermare la sua visione del mondo, della vita e della morte, Zownir non si serve solo della fotografia, ma attraversa con sicurezza anche i territori della scrittura e della cinematografia, scrivendo romanzi noir, racconti e poesie e realizzando anche spot, cortometraggi e film underground. In occasione della sua mostra romana abbiamo incontrato il fotografo tedesco che ci ha spiegato meglio il senso del suo lavoro e il suo approccio alla fotografia.

-Le tue immagini sono di evidente impatto visivo per la brutalità e crudezza con cui la morte e la realtà degradata si presentano agli occhi dello spettatore. D’istinto verrebbe voglia di distogliere lo sguardo, ma allo stesso tempo ne siamo incredibilmente affascinati. Perché secondo te la violazione dei tabù è visivamente più affascinante rispetto al’estetica del bello e del buon gusto?

Beh, noi siamo bombardati dai media e viviamo nel tempo in cui tutto è intrattenimento e falsità, in cui anche le tragedie personali sono livellate nel modo in cui si fa apparire che non siano accadute. Io credo sia importante far vedere le cose come stanno veramente, mostrare quello che la maggior parte delle persone preferisce non guardare e ignorare, come le tragiche situazioni delle persone attorno a Termini che dormono per strada e muoiono di fame. Per quanto riguarda il tabù della sessualità, io mi addentro in situazioni in cui questa sfocia quasi nella pornografia, tuttavia non faccio foto specificatamente sul sesso, cerco solo di indagarne i vari aspetti. Non cerco di sconvolgere e provocare nessuno con le mie fotografie, se vuoi farti turbane o no dipende solo da te, così come tutta l’interpretazione del mio lavoro è assolutamente soggettiva. Le mie foto scatenano qualcosa di interessante, stimolano domande, mi piace che facciano lavorare l’immaginazione, lasciando aperte varie interpretazioni. Non a tutte le domande deve esser data una risposta, questo ne aumenta il mistero e il fatto che esse incitino l’immaginazione vale molto di più di mille risposte.

-Fotografare freaks, il deterioramento del corpo e gli ultimi attimi dell’esistenza umana, in qualche modo fa riflettere sul mistero e sulla caducità della vita. Quanto c’è di mistico e catartico nelle tue fotografie?

Penso che le mie foto abbiano del mistico per il tema ritratto, per il tipo di soggetti, per la circostanza, per il modo in cui sono inquadrate. Ogni situazione si può scattare in centinaia di modi diversi: a colori, con una prospettiva differente, con una diversa luce. Cento fotografi nella stessa situazione farebbero cento foto diverse, io sono completamente istintivo e impulsivo, per me la fotografia è qualcosa di talmente semplice e impulsivo che non devo neanche pensare quando scatto.

-Weegee (Arthur Fellig) uno dei fotografi a cui spesso sei stato paragonato, ha vissuto a lungo come senzatetto, riuscendo così a penetrare meglio la realtà emarginata che fotografava. Anche tu a New York hai affermato di “aver sperimentato tutte le profondità e gli abissi della sopravvivenza quotidiana”, c’è un episodio “estremo” che vuoi raccontare?

Oh Dio, ci sono molti di episodi sulla mia sopravvivenza… Una volta sono stato quasi ammazzato di botte dalla polizia a Los Angeles, oppure potrei raccontare di quando mi hanno sbattuto la testa contro il muro per quattro o cinque volte consecutive, di quando ho vissuto completamente in solitudine o di quando nell’89 ho rischiato anche l’amputazione della mano, tuttavia ci sono stati anche molti episodi positivi.

Tales From the Other Side è la tua prima personale italiana, ospitata dalla Galleria Interzone di Roma. Chi vive in questa città la considera sporca e degradata, girovagando per le sue strade hai trovato ispirazione per i tuoi lavori o consideri la bellezza di Roma troppo “borghese” rispetto alla realtà di Mosca o Kiev?

Questa è la mia terza volta a Roma, la prima è stata negli anni ’70, la seconda negli ‘80 e sono tornato adesso. Ieri ho camminato un paio d’ore nei dintorni della stazione Termini e ho visto decine di uomini di colore che dormivano a terra, molte persone miserabili e tristi. Cosa c’è di borghese in questo? Sono sicuro che Roma sia molto affascinante, io non ho mai avuto nessun pregiudizio nei confronti di nulla, anche se tu pensi che ci sia qualcosa di troppo borghese per me non esiste nulla di “troppo”, io guardo ogni cosa e vado dappertutto. Non vado in nessun luogo pensando prima che sia in un certo modo, non ho pregiudizi di alcun tipo, sono aperto ad ogni esperienza, altrimenti non potrei fare le foto che faccio.

-Oltre a fotografare, scrivi anche libri e realizzi film. Con quale di questi tre mezzi senti di riuscire ad esprimerti meglio?

Beh, non voglio fare una gerarchia perché lavoro con tutti e tre e tutti sono importanti per me allo stesso modo. La fotografia non è questione di inventiva, congelo semplicemente un momento nel tempo che è già lì. Quando scrivo ho solo una penna e un pezzo di carta e uso la mia immaginazione, la mia esperienza, i miei sogni, tutto è completamente dentro di me, diversamente non puoi realizzare un film se non hai attori, un budget, un cameraman. La scrittura è un concetto completamente differente perché non hai bisogno di andare per strada a cercare nulla. Certo, hai bisogno di talento e di immaginazione, ma tutto dipende interamente da te. Io ho bisogno di muovermi attraverso tutti e tre questi mezzi espressivi, se nella vita avessi avuto solo la fotografia, credo che in certi casi alcune delle situazioni che ho incontrato sarebbero state troppo deprimenti. Ho scritto tre romanzi, racconti e poesie e ora sto lavorando ad un nuovo progetto musicale di cui ho già scritto venti testi di canzoni.

-La maggior parte della tua produzione filmica e fotografica è in bianco e nero perché come tu stesso hai affermato “riesce a penetrare meglio l’essenza e la profondità delle cose”. Come mai per Bruno S. e Phantomanie hai scelto l’estetica del colore?

Bruno S. era un documentario e non c’è una ragione filosofica specifica, per cui non ho utilizzato il B/N, ho sperimentato il colore e semplicemente ha funzionato. In Phantomanie è stata la stessa cosa, volevo fare esperienza del colore. Non ho mai fotografato a colori, ma per i film non ho preferenze, il mio prossimo film potrebbe essere in B/N così come potrebbe essere a colori.

-Il tuo ultimo libro fotografico Berlin Noir riunisce i lavori dal 1978 al 2016. Come sono cambiate le tue fotografie nel tempo?

Nelle foto c’è un’atemporalità che mi rappresenta: il duro contrasto dato dal bianco e nero e dagli argomenti è quello che io uso sin dagli inizi. La miseria, il sesso, la violenza, il dolore sono impulsi che esistono da sempre e sono proprio questi i soggetti delle mie foto. Anche quando qualche volta le automobili o le costruzioni possono collocare nel tempo un’immagine, è il mio approccio a renderla atemporale. È il concetto di tabù a cambiare nel tempo, gli anni ’60 e ’70 erano per esempio molto più aperti rispetto ad oggi, così come è cambiato l’approccio dei soggetti davanti alla macchina fotografica: oggi le persone sono molto aggressive ed esibizioniste, è come se farsi fotografare fosse il primo passo per diventare famose, ciononostante oggi sarebbe considerato immorale fotografare delle persone in situazioni così compromettenti e in modo così d’impatto come feci allora.

-Cos’è la cultura underground oggi? Cosa la rappresenta?

Non saprei. Qualsiasi cosa sia oggi non sembra avere più nessun impatto, cioè quello che poteva avere un forte impatto negli anni ’70-’80 oggi non lo ha più. Se bruciavi la bandiera americana o facevi qualcosa di sensazionale diventava notizia, mentre oggi queste stesse cose non hanno alcun nessun effetto deflagrante per la cultura alternativa, perché rappresentate immediatamente e ovunque dai media. L’underground era qualcosa di endemico ai movimenti punk o hippie, mentre quello che rappresenta oggi la cultura underground non avviene più nelle strade come prima, ma si è trasferito su internet. L’intrattenimento oggi sembra essere più importante della sperimentazione, mentre gli anni ’60 e ’70 erano erano proprio il periodo in cui le persone cercavano con curiosità qualcosa di diverso e nuovo. L’underground di cui ho fatto esperienza non esiste più o se anche esiste io non ne ho familiarità.

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Informazioni su Valentina Gallinari

Fondatrice di Octopus Art Magazine, è una storica dell'arte che ama la fotografia e i linguaggi artistici contemporanei. Laureata presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi su censura e trasgressione, continua ad approfondire le tematiche della violazione dei tabù, dell'universo simbolico dei rituali e a narrare tutto ciò che vale la pena di essere raccontato.
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