Sul vero senso della morte: la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole

©Carlo Scarpa, Tomba Brion a San Vito di Altivole

Per la nostra cultura di italiani, il cimitero è ancora un luogo carico di tristezza, se non di malaugurio, emarginato tacitamente per quell’inevitabile legame con la morte che a noi fa paura. Non per niente uno dei nostri stereotipi è quello di essere scaramantici e superstiziosi, tanto da fremere al passaggio di un carro funebre e da preoccuparci nell’affrontare un venerdì 17. Ecco perché quando mi è capitato di dire “Vado a visitare un cimitero e no, non ho parenti sepolti lì” ho ricevuto in cambio una serie di sguardi a metà strada tra l’incredulo e l’inorridito. Alcune volte però l’espressione è cambiata quando ho specificato “È una tomba realizzata da Carlo Scarpa”: questo nome, così caro al popolo veneto, a volte basta a cambiare le carte in tavola.

Si tratta di una tomba che l’architetto veneziano ha progettato alla fine degli anni Sessanta per i coniugi Brion, e si trova all’interno del cimitero di San Vito d’Altivole. Basta entrare dall’ingresso principale e vedere quel portale di pietra scolpito con le inconfondibili scanalature di Scarpa per capire che si tratta di uno spazio del tutto diverso.

Percorriamo il viale ed entriamo nel buio. Lo spazio è dominato da quei sottili cerchi intersecati, forme pure che incorniciano la luce, due fedi intrecciate che sono simbolo di una piccola, grande storia d’amore (quella dei coniugi Brion). Ci passi attraverso quasi con reverenza.

Sulla destra un padiglione sorge dalle acque di uno specchio d’acqua coperto di ninfee, il cui confine con il prato quasi si perde; a volte dei fiori bianchi e rosati punteggiano il verde, poi lo sguardo si solleva a quel baldacchino sorretto da esili zampe, come fosse sospeso, decorato dalle tipiche scanalature. L’armonia delle forme e l’equilibrio perfetto tra natura e costruito dell’antico Giappone trasposti nel cuore dell’Europa del 1969.

©Carlo Scarpa, Tomba Brion a San Vito di Altivole

Un rivolo d’acqua lascia lo specchio d’acqua e solitario accompagna lo sguardo nuovamente agli anelli, bordati di tessere di mosaico blu e rosso; poi con il suo quieto scorrere ci porta alla tomba vera e propria, una sottile eppure monumentale copertura ad arco, ribassata nel terreno in pendenza, inghiottita nel verde come un’architettura precolombiana; con la premura di una madre protegge i sarcofagi di pietra dei coniugi, leggermente inclinati come a congiungersi, e segna la soglia di un mondo altro.

Con due sordi saltelli su gradini di pietra scendiamo al livello della cappella, un edificio immerso in una vasca d’acqua dalle forme geometriche e spigolose; vi entriamo, notiamo silenziosamente nuovi rimandi all’architettura giapponese di cui il gesto scarpiano è intriso; attraversiamo un arco che in realtà è un cerchio – di nuovo un cerchio, di nuovo un gesto di fede d’amore – e siamo invasi stavolta dalla luce, che giunge modulata da molte e diverse aperture, ora più soffusa (zenitale) ora più accesa (laterale), attraverso le famose scanalature e i ritagli del cemento. Camminiamo con passi silenziosi sul pavimento di grandi tessere bianche, anche questi cifra stilistica dell’architetto e che ritroviamo in modo magistrale nel negozio Olivetti di piazza San Marco. L’architettura di Scarpa è così, va osservata in su, in giù, a destra e a sinistra, perché in ogni piccolo angolo che potrebbe essere dimenticato dal progettista, qui è sempre oggetto di cura e attenzione. Di nuovo usciamo, attraverso un’apertura che ricorda le porte scorrevoli in carta di riso del mondo nipponico, di nuovo saltelliamo sulle pietre attraverso le ninfee, proviamo a specchiarci nel mondo subacqueo della vasca che circonda la cappella. La osserviamo ancora un momento nella sua grigia austerità, il cemento così messo a vista che riscopre la sua dignità materica nell’esposizione allo sguardo (anche in questo Scarpa strizza nuovamente un occhio al Giappone e alla sua sensibilità per tutto ciò che è semplice ma onesto).Scorgiamo poi l’uscita dal cimitero ma avremmo voglia di restare ancora.

Perché è un luogo che fa ripensare alla nostra concezione della morte. E anche ad un amore che trascende la morte. All’improvviso scompare tutta la componente angosciosa, il timore dell’oblio, il buio – resta solo la pace. Senti il vento soffiare l’erba nel campo vicino, magari ci sono i rintocchi della campana che suonano di lontano, il gorgoglio placido dell’acqua che scorre. Puoi riempirti i polmoni con la freschezza e le orecchie di silenzio, in un certo senso la mente si fa sgombra di ogni pensiero, all’improvviso pensi “Se è così, non fa tanta paura”. Ti immagini di poterti stendere sul prato ad occhi chiusi, senza altra occupazione che le ninfee, le foglie e i fiori che galleggiano placidi sullo specchio d’acqua. Sai che sei circondato dalla morte ma stranamente di senti del tutto vivo. Forse più vivo che in mezzo ad una metropoli indaffarata e che sai di dover inseguire per restare a galla.

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Informazioni su Giorgia Favero

Ho studiato architettura e beni culturali, sviluppando un particolare interesse per il design e l'arte novecentesca. Da sempre mi appassiona il mondo orientale e sto studiando in particolare il rapporto tra l'arte e le filosofie sviluppatesi in quei contesti. Pian piano mi sto delineando una strada lavorativa nel mondo dell'editoria e nella comunicazione, nel frattempo faccio yoga, bevo tè e mi appresto a diventare volontaria ENPA. Non so quale scopo abbiano le nostre vite, ma giacché siamo qui a giocare la partita, stiamo bene attenti a ciò che ci circonda: curiamo l'ambiente, rispettiamo gli animali, siamo sempre aperti verso gli altri esseri umani.
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