The Butterfly Circus: l’intima bellezza dei freaks

Sebbene al giorno d’oggi la situazione sia cambiata, è risaputo che l’ambiente circense non goda propriamente di buona fama. Questo perché è una bilancia ambigua, un luogo circoscritto che appare e scompare nel giro di poche settimane in cui il visitatore è inondato di emozioni contrastanti: spettacolarità e squallore, meraviglia e malinconia, curiosità e tristezza si alternano tra una patina di applausi ed il labile sentore di un tetro dietro le quinte che, nel secolo scorso, puzzava di soprusi e violenza.
Consapevole di questo, il regista Joshua Weigel sceglie di raccontare nel cortometraggio The Butterfly Circus la storia di Will, un giovane mutilo di braccia e gambe che viene sfruttato come fenomeno da baraccone in un circo durante gli anni della Grande Depressione americana. Come lui, una fila di altri “freaks” intrattiene il pubblico tra risate e offese. Un giorno però si nasconde tra gli spettatori il signor Mendez, capocomico di una compagnia diversa dalle altre. Will, dapprima diffidente, si interessa a lui e decide di seguirlo nascondendosi nella sua camionetta. Mendez lo accoglie nella sua compagnia, ma non accetta che il ragazzo lavori per lui come mera attrazione. Will assiste alle performance degli artisti, i quali utilizzano le possibilità del loro corpo per stupire il pubblico e si chiede in che modo uno come lui possa riuscire in simili imprese, precludendosi la possibilità di partecipare allo spettacolo. Mendez però lo invita ad osservare molto attentamente, a scrutare ogni singolo artista fuori e dentro, finché in Will si accende una scintilla di speranza.

Ribaltando l’immaginario comune dell’attrazione circense e legittimandola attraverso il significato ben più profondo di performance artistica, Joshua Weigel narra una piccola grande metafora sulla bellezza umana in tutti i suoi difetti e sulla possibilità, una volta affrontati nel modo giusto, di fare di essi una fonte di ispirazione da tramandare di persona in persona. Ma non solo. Spesso, infatti, non è facile capire le molteplici sfaccettature della nostra identità e risulta ancora meno facile prendere coscienza di cosa possiamo essere capaci. Per questo, Weigel affida al personaggio di Mendez il ruolo di guida, un “vecchio saggio” che offre uno spiraglio di verità a chi decide di accettarsi e cambiare, per quanto questo possa essere difficile. Si potrebbe dire che Mendez si fa portatore di un concetto preciso che, sebbene non abbia un autore ufficiale, risulta più che calzante nel contesto creato da Weigel:

“Butterflies can’t see their wings. They can’t see how truly beautiful they are, but everyone else can. People are like that as well.”

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Informazioni su Benedetta Munalli

Fin da piccola appassionata di storie e di ogni arte che possa raccontarle, si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università La Sapienza. Il fascino della scrittura la indirizza verso la sceneggiatura e la produzione audiovisiva, mentre la curiosità per le bizzarrie della natura e della mente umana, verso la scienza e la psicologia. Ama guardare film, leggere e scrivere racconti, prediligendo le storie dell’orrore e di fantascienza.
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