Poesia Sin Fin: Jodorowsky tra il sogno e la realtà di un sogno

Cosa si prova a voler vivere per la poesia? Come ci si può sentire nello scoprirsi poeti in un ambiente familiare governato dalla materialità e in un mondo in cui è così difficile farsi ascoltare? Alejandro Jodorowsky, un giorno, decide di raccontarlo. Mette insieme scenografie e costumi, raggruppa una manciata di attori e inizia a creare un dipinto surreale di quello che è stata la sua vita, dall’infanzia fino alla partenza per mare verso Parigi. Ne viene fuori un’esplosione folle di ricordi, selezionati e mostrati come una lunga fila di incontri con personaggi dal carattere profondo, talmente estremi da risultare ultraterreni, che colpirono il giovane Jodorowsky fino a diventare parte di lui, e al tempo stesso fonte delle sue nevrosi.

Poesia sin Fin è un omaggio a tutti loro e, secondo capitolo della storia della sua vita dopo La danza della Realtà, è anche una ricerca. Vi è un grande quesito a cui Jodorowsky, nel corso della narrazione, cerca di dare risposta: se sono un poeta, sto davvero vivendo per la poesia? Un dilemma che diviene costante e che forse vede la sua risoluzione in un errore di fondo. Lo Jodorowsky protagonista della storia non è in grado di rispondersi e per anni vaga da un artista all’altro, tra passioni e dolori che avvolgono e indirizzano la sua purezza d’animo verso altre esperienze, altre forme d’arte, altra poesia che scava nel profondo e non trova pace. Durante questo viaggio, però, lo spettatore entra in contatto con lo Jodorowsky narratore, quella forma definitiva di poeta, ancora inquieta, che il protagonista brama così tanto. Lo Jodorowsky narratore osserva, se ne sta in disparte, a volte parla, a volte incita. Ha i fili della storia tra le sue mani, potrebbe cambiare il suo corso, ma non ne tira neanche uno. Lascia che il giovane protagonista sia libero di ripercorrere il passato e che, un poco alla volta, ottenga la risposta che cerca. Risposta che per noi spettatori viene sbandierata davanti agli occhi: attraverso i dialoghi appassionati, i colori sgargianti, i simboli e la presenza continua di artisti sempre in azione che si mostrano così come il narratore li ricorda, noi capiamo che Jodorowsky non può essere solo un poeta e non può vivere solo per la poesia. La poesia è il tramite tangibile con il quale si esprime ma, in sé, Jodorowsky racchiude una moltitudine infinita di anime. Le stesse, incontenibili anime che durante la sua vita lo hanno portato ad essere scrittore, drammaturgo, fumettista, saggista, cineasta, esperto di tarocchi e di psicomagia ed eterno studioso.

Tra tutte queste espressioni di sé, la poesia è stata la prima a chiamarlo. Lo battezza fin da piccolo, Jodorowsky se ne innamora e si perde tra i suoi angoli misteriosi ed ambigui. Qui, la sua natura passionale lo spinge verso una poesia magica, che tende a staccarsi dalla realtà per raccontare la realtà stessa.
Jodorowsky lo riconosce, lui naviga in un sogno continuo, grottesco e surreale, e si circonda di persone che sognano insieme a lui ( i poeti Enrique Lihn, Nicanor Parra e la poetessa Stella Diaz). Eppure, Jodorowsky sente il peso della realtà che lo circonda con i suoi conflitti, ma che tuttavia lo porta ad agire e creare. Osservandola, Jodorowsky ne riconosce la forza, la filtra attraverso il suo punto di vista, poi si strugge per descriverla attraverso la poesia. Da questo processo, dal continuo fare ed osservare le performance della vita, l’immaginario di Jodorowsky prende forma in Poesia sin Fin con l’obiettivo di raccontare fatti realmente accaduti mescolando due mondi, realtà e fantasia, dotati di una complementarietà di fondo che Jodorowsky riconosce e sfrutta e che finisce col diventare la realtà di un sogno. Lo spettatore viene avvolto da questa sua visione potente e immortale e se in un primo momento si chiede se ciò che sta vedendo è realmente accaduto o puramente trasfigurato, presto viene trascinato lì dentro, proprio tra i ricordi dell’autore, e partecipa ai cortei, agli incontri, alle intimità di una personalità che nasce poeta, ma si forma come artista a tutto tondo, insaziabile e mai stanco di sognare la realtà.

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Informazioni su Benedetta Munalli

Fin da piccola appassionata di storie e di ogni arte che possa raccontarle, si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università La Sapienza. Il fascino della scrittura la indirizza verso la sceneggiatura e la produzione audiovisiva, mentre la curiosità per le bizzarrie della natura e della mente umana, verso la scienza e la psicologia. Ama guardare film, leggere e scrivere racconti, prediligendo le storie dell’orrore e di fantascienza.
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