Off-camera: la storia nascosta della fotografia

©M. Flomen, Littoral zone 19, primi anni Duemila

La macchina fotografica non è indispensabile per realizzare fotografie. Come dice il nome stesso, la fotografia è una scrittura (graphè) di luce (phôs) e per nascere necessita – in linea di principio – unicamente di una fonte luminosa e di un supporto fotosensibile.
In un mondo dominato da smartphone e tablet è difficile accettare di poter fare a meno della tecnologia per catturare un’immagine, ma nonostante le comprensibili avversioni, siamo abituati all’off-camera molto più di quanto saremmo portati a credere. D’altronde cos’è l’abbronzatura se non l’impronta del Sole lasciata sulla nostra pelle? Il fotogramma – principale tecnica cameraless – si ottiene in modo simile: posizionando un oggetto su un foglio di carta fotosensibile ed esponendolo alla luce. Le porzioni di carta colpite dalla radiazione si scuriscono lasciando bianche le parti coperte dall’oggetto.
Le prime fotografie, risalenti agli anni trenta dell’Ottocento, furono prodotte per contatto, sistemando ad arte fiori e foglie su lastre di vetro o fogli di carta emulsionati ed esponendoli alla luce. Ottenere immagini in questo modo era semplice, veloce e permetteva di realizzare fotografie che rispecchiavano perfettamente forma e dimensione dell’oggetto ritratto. Liberarsi dalle lenti e laboriose riproduzioni manuali di specie botaniche e, in alcuni casi, animali spinse diversi studiosi del XIX secolo a pubblicare volumi scientifici illustrati da fotogrammi. Il primo di questi fu British Algae: Cyanotype Impressions divulgato tra il 1843 e il 1853 da Anna Atkins.

©H. Bayard, Arrangement of specimens, 1842

La nascita e la diffusione delle prime macchine fotografiche portò gli studiosi ad abbandonare le rudimentali sperimentazioni off-camera e a dedicarsi alla fotografia di paesaggi e di ritratti. Fu con l’avvento del Novecento che la cameraless photography tornò ad assumere un ruolo centrale nel mondo artistico. Il tumulto provocato dalle Avanguardie artistiche si riversò anche in ambito fotografico aprendo la strada a “un nuovo utilizzo della fotografia, non più in chiave solo mimetico-naturalistica, ma alla ricerca di nuove ed inedite dimensioni figurative, percettive ed immaginative”, come lo definì Christian Schad, uno dei maggiori esponenti del Dadaismo. Fu il fotogramma a svolgere il ruolo di protagonista nel tentativo di svincolare la fotografia dal suo legame con la realtà. Cocci di vetro, ritagli di giornale, piatti, bicchieri, molle, mani e volti compaiono in maniera disordinata e anti-artistica nelle composizioni di László Moholy-Nagy, Man Ray e del già citato Schad.
I sogni rivoluzionari delle Avanguardie furono brutalmente troncati dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e dalle persecuzioni nazi-fasciste, ma acquisirono nuova linfa e forza negli anni Cinquanta e Sessanta. Con il diffondersi dell’Arte informale e dell’Espressionismo astratto, gestualità e materia assunsero un ruolo predominante nelle opere di artisti e fotografi. La fotografia cameraless si adeguò alla nuova tendenza: graffiando, bruciando e bagnando la carta fotografica per poi svilupparla in maniera tradizionale gli artisti diedero vita a sinfonie visive aspre e grottesche, animate da forme calligrafiche e corpuscolari. Luce e oggetto, ingredienti fondamentali della fotografia, passarono in secondo piano lasciando che pennelli immersi in chimici fotografici e passati sulla carta dessero vita a una forma fotografica tautologica, fatta unicamente di sé stessa.

©S. Derges, quattro fotogrammi della serie River Taw, ca. 1995

A partire dagli anni Settanta l’off-camera raggiunge la completa maturità. La conoscenza delle precedenti ricerche e le nuove tecnologie permettono agli artisti di esplorare inedite potenzialità del mezzo. Mentre Bruce Conner e Floris Neusüss studiano la dinamica del corpo umano realizzando fotogrammi a grandezza naturale, Susan Derges e Michael Flomen catturano l’irruenza della natura immergendo lunghi fogli di carta fotografica in fiumi illuminati dalla luna o in prati popolati da lucciole. Fasci di luce colorata impressionano l’emulsione nei lavori di Garry Fabien Miller e Walead Beshty creando forme geometriche dal sapore surreale. Bambini in fasce, serpenti e interiora di animali interagiscono, invece, con la luce e l’emulsione nei visionari lavori di Adam Fuss.
Senza macchina fotografica si lasciano agire, quasi magicamente, luce e chimica. È lo stesso Talbot, uno dei padri della fotografia, ad affermare: “It is a little bit of magic realised”.

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Informazioni su Marina Valfrè di Bonzo

Dopo gli studi triennali in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali, Marina Valfrè si iscrive al corso di laurea specialistica in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, completando il percorso accademico nell'estate del 2018 con una tesi sulla fotografia off-camera. Appassionata di arte, cinema e teatro, si sta impegnando per entrare nel mondo dei musei, con l'obiettivo di rendere la cultura più accattivante e accessibile a tutti. Nel tempo libero cura le proprie piante e legge avidamente libri e fumetti.
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