Ecce Mantegna! La stanza dell’artista padovano a Palazzo Barberini

©Andrea Mantegna, Ecce Homo, 1500 ca., tempera su tela, Parigi, Musée Jacquemart André

A Roma c’è tutto, o quasi.
Le collezioni storiche della Capitale riassumono al meglio le tappe salienti della storia dell’arte italiana ed europea. Nei palazzi appartenuti ai grandi casati romani, i maestri dell’era moderna sfilano uno accanto all’altro in un tale tripudio che, talvolta, si corre il rischio di dare per scontata la presenza anche di chi non c’è. Un esempio su tutti è Andrea Mantegna.

Protagonista indiscusso del Rinascimento veneto, il pittore è assente nelle collezioni romane.

La piccola mostra in Palazzo Barberini, a cura di Andrea Di Monte, La stanza di Mantegna. Capolavori dal museo Jaquemart-Andrè di Parigi sopperisce, almeno fino al 27 gennaio, a tale mancanza offrendo la possibilità ai romani di poter ammirare il pittore padovano e alcuni dei grandi protagonisti del Quattrocento veneziano nella propria città. Un evento già di per sé eccezionale per la Capitale reso ancora più raro dal fatto che le opere esposte provengono da Parigi.

Sei opere in totale, sistemate in una stanza al primo piano di Palazzo Barberini, offrono una summa della vivace stagione culturale e intellettuale, tutta volta all’Antiquaria e al recupero dell’antico, sviluppatasi tra Padova e Venezia nella seconda metà del XV secolo.

Seppur breve si tratta di un racconto corale al quale partecipano, oltre a Mantegna ovviamente, anche Cima da Conegliano (1460 ca. -1518 ca.) con la sua Madonna col Bambino, Giorgio Schiavone (1433/36-1504), anch’egli allievo di Francesco Squarcione, con Il ritratto d’uomo su pergamena e lo scultore Andrea Briosco detto il Riccio (1470 ca.-1532) con il bronzetto Mosè.

Ma chi era Mantegna e perché non ci sono sue opere a Roma?

Andrea Mantegna nacque nel 1431 a Isola di Carturo, si formò a Padova nella bottega di Francesco Squarcione (Padova 1397- Ivi 1468) e tutta la sua carriera si svolse nel lombardo veneto.

Gli affreschi per la Cappella Ovetari (1449-1455) nella chiesa degli Eremitani a Padova, la Pala di San Zeno (1456-1459) per l’omonima chiesa a Verona e la celebre Camera Picta, meglio conosciuta come Camera degli Sposi, nel castello di San Giorgio a Mantova tracciano la geografia artistica del pittore, tutta concentrata in quel fazzoletto di terra stretto tra Padova e la corte dei Gonzaga.

Trasferitosi a Mantova nel 1460, Mantegna si guadagnò prima il benvolere del marchese Ludovico Gonzaga e poi quello dei suoi eredi tanto da rimanere a servizio della famiglia fino al 1506, anno della sua morte. Una fiducia quella dei Gonzaga verso il pittore tale da consentirgli l’acquisto di una casa per sé e la sua famiglia, un luogo altro dalla corte dove poter riporre la propria collezione di antichità e ricevere ospiti in assoluta autonomia secondo un modus vivendi già molto emancipato per un pittore di corte.

Forse proprio perché a Mantova era tenuto in grande considerazione sia come artista che come esperto di antichità, Mantegna non subì il fascino di Roma.

Invitato da papa Innocenzo VIII ad affrescare la cappella e la sacrestia della Villa al Belvedere in Vaticano, il padovano soggiornò qui soli due anni dal 1488 al 1490, il tempo necessario per terminare la commissione e rimpinguare la sua collezione di reperti antichi.
Sfortunatamente, come già anticipato, nulla è rimasto della sua produzione romana poiché la Villa fu distrutta nel Settecento per fare posto al Museo Pio-Clementino.

Tornando a noi, due sono le opere di Andrea Mantegna esposte a palazzo Barberini: Il Bambino tra i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa del 1455 ca. e L’Ecce Homo del 1500 ca. ai quali si deve aggiungere il disegno Ercole e Anteo attribuito alla sua scuola.
I due dipinti, sistemati per l’occasione uno accanto all’altro, hanno il merito di mostrare due momenti estremi della parabola artistica del pittore: la gioventù e la maturità.

©Andrea Mantegna, Madonna con Bambino con i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca., tempera su tavola, Parigi, Musée Jacquemart André

Il pittore dipinse la tavola con il Bambino tra i santi a 24 anni nello stesso anno in cui terminò gli affreschi per la Cappella Ovetari. Dal confronto con La Madonna con Bambino di Francesco Squarcione, anch’essa del 1455, è evidente come la tavola di Mantegna risenta ancora dell’insegnamenti del maestro. La composizione è organizzata in maniera analoga: dalla balaustra in primo piano si succedono almeno altri tre piani. Mediante alcuni espedienti come il drappo del manto della Vergine che supera il parapetto, il cuscino, il festone, la Bibbia nelle mani di San Gerolamo, le striature del cielo che degradano verso l’orizzonte, il pittore costruisce uno spazio illusorio secondo una struttura compositiva analoga a quella del San Marco del 1448-1449 e della Santa Eufemia del 1454.

Contrariamente alla prima, L’Ecce Homo, stando alla datazione attribuitagli, anticiperebbe di soli sei anni la dipartita dell’artista.

In questa opera Mantegna non sfrutta solo la successione di piani per creare un’illusione spaziale, ma gioca anche sul contrasto fisiognomico dei protagonisti.

©Andrea Mantegna, Ecce Homo, 1500 ca., tempera su tela, Parigi, Musée Jacquemart André

Cristo, in primissimo piano, nonostante lo sguardo sofferente, il corpo martoriato dalle frustate e la fronte sanguinante per le ferite inferte dalla corona di spine conserva lineamenti delicati che contrastano con quelli grotteschi degli accusatori alle sue spalle la ferocia dei quali si manifesta nei cartigli in latino inneggianti alla crocifissione di Cristo.

Non sono decifrabili invece i cartigli sulla fronte degli accusatori. Infatti, seppur la scrittura ricorda quella ebraica, in realtà altro non è che un si alfabeto fantastico. Si suppone che Mantegna avesse scelto questa curiosa soluzione perché affascinato dagli studi condotti dall’umanista Paride da Cesarea esponente di spicco del seguito di Isabella d’Este ed esperto di lingue orientali.

La potenza espressiva dei personaggi, l’efficacia compositiva, la felice intuizione di tagliare i personaggi a mezza figura cosicché l’attenzione si concentri sui volti e il corpo di Cristo, resero l’Ecce Homo un modello al quale guardò anche Albrecht Dürer per il suo Cristo fra i dottori del 1506.

In ragione di quanto sinora descritto e data l’importanza delle opere esposte, La stanza di Mantegna. Capolavori dal museo Jaquemart-Andrè di Parigi è da considerarsi una piccola e preziosa gemma incastonata nella già ricco scrigno di Palazzo Barberini.

Sebbene si rivolga ad un pubblico specializzato, come denota l’assenza di pannelli esplicativi nella stanza, la mostra è assolutamente meritevole di essere vista anche perché, pur non mettendone in discussione la qualità artistica e l’importanza, né tantomeno il grande richiamo di pubblico e relativi incassi,  non si vive di soli Impressionisti!

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Informazioni su Diletta Piermattei

Nata a Roma 28 anni fa, ha studiato Storia dell’Arte presso l’Università di Roma Tre specializzandosi in storia dell’arte moderna che no, non è quella contemporanea! È profondamente legata a Roma che ama paragonare ad una mamma dolce, capace di accogliere nel suo grande abbraccio popoli, culture, idee e soprattutto arti. Le stesse che ama raccontare con passione e dedizione.
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