Joel-Peter Witkin, la bellezza del macabro e del deforme

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Leda, 1986

Le sue fotografie di grande impatto visivo trafiggono lo sguardo e urtano la sensibilità violando ogni possibile tabù. Ispirandosi alle atmosfere dei primi dagherrotipi, toccano corde profonde grazie a quella complessa commistione di bellezza e oscenità che provoca orrore, turbamento e meraviglia

 

Si è conclusa da pochi giorni la mostra che la William Mora Galleries di Melbourne gli ha dedicato e attendiamo trepidamente di vedere i suoi magnifici lavori quanto prima anche nei nostri musei. L’ultima volta che si è avuto il privilegio di ammirare le sue conturbanti fotografie è stato nel 2013 in occasione della retrospettiva negli spazi del Museo Nazionale Alinari della Fotografia, dopo la storica mostra del ’95 curata da Germano Celant e quella del 2007 al Palazzo Mediceo di Seravezza. Stiamo parlando di Joel-Peter Witkin, uno dei più grandi fotografi viventi, la cui ricerca fotografica ha sempre ruotato attorno ad un’unica, fondamentale questione: la transitorietà della vita e la vulnerabilità del corpo. Le sue immagini di incredibile bellezza, spesso censurate e considerate l’apoteosi del blasfemo, destabilizzano confondendo i due universi che convenzionalmente dovrebbero separare uomini e animali, vivi e morti. Esse mettono infatti in scena un ricco e raccapricciante repertorio di membra e corpi umani, freaks, ermafroditi, storpi e veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico in un costante memento mori, al fine di ricondurre costantemente la mente dell’uomo al suo destino mortale e all’imperfezione dell’esistenza terrena.

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Eunuch, NM, 1983

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Poet – From a collection of Relicts and Ornaments, 1986

La rappresentazione della morte è un’ossessione di tutta la carriera del fotografo newyorkese, riflesso anche delle spaventose immagini che hanno continuamente attraversato la sua vita. Lui stesso ha in più occasioni raccontato di come sia stato profondamente segnato  dalla visione della testa mozzata di una bambina che, a soli sette anni, si vide rotolare ai suoi piedi:

“Successe di domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa e mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso per parlarle, ma prima che potessi toccarla qualcuno mi aveva già portato via”.

 

Da quel momento la morte è una costante della sua ispirazione, una presenza persistente ancor più rafforzata dall’esperienza come reporter durante la guerra in Vietnam, dove maneggiare cadaveri divenne per lui una prassi abituale. Ed ecco allora che oltre che allegoria della caducità umana, la spettacolarizzazione del corpo morto diviene celebrazione della vita e una provocazione di grande impatto visivo per lo spettatore dove arti, feti, corpi morti interagiscono con modelli viventi in un “barocco e infernale affresco” per esprimere, secondo lo stesso autore, il mistero dell’esser vivi. 

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Glassman, 1994

Le immagini di Witkin sono caratterizzate da una forte componente mistica: si nutrono di sacralità profanate dove l’ideale tensione verso la Salvezza si scontra con l’umana discesa terrena verso la Perdizione; un concetto religioso che riflette l’interiorità di un artista profondamente influenzato dalla rigorosa educazione religiosa di un padre ebreo e di una madre cattolica. Le sue fotografie sacrileghe e brutali urtano lo sguardo e trafiggono la sensibilità dello spettatore proprio perché violano ogni tabù possibile, facendo leva su sentimenti ancestrali che hanno a che fare con la paura e l’istinto: la profanazione, anche simbolica, di certe consuetudini e idee consolidate, come può essere il rispetto dei cadaveri, provoca orrore, ripugnanza, disgusto, indecenza, insulto  e offesa. Da qui le contraddittorie, e a volte censorie, reazioni davanti alle affascinanti e inquietanti immagini di Witkin che non sono solo fotografie, ma vere e proprie opere d’arte che rappresentando l’irrapresentabile destabilizzano una visione del mondo piegata al “politically correct” e a un’estetica fotografica che si vorrebbe all’insegna del Bello. Quelle di Witkin sono immagini barocche maniacalmente costruite e studiate fin nel più piccolo dettaglio, preparando bozzetti e schizzi pre-scatto, e lavorando molto anche in camera oscura graffiando, strappando e macchiando il negativo su cui talvolta interviene anche pittoricamente, ottenendo così delle rappresentazioni fotografiche che ricordano i primi dagherrotipi e che fanno perdere ogni riferimento spazio-temporale. Si fa fatica a comprendere che si tratta di fotografie contemporanee e non di sperimentazioni ottocentesche o addirittura di dipinti. Le sue visioni e rappresentazioni senza tempo si rifanno alle Nature Morte della pittura seicentesca e si ispirano ai grandi maestri della tradizione pittorica del passato come Goya, Velasquez, Picasso, Gericault e Bosch, facendo emergere anche la sua profonda conoscenza della storia dell’arte e della tradizione classica, uno dei cardini del suo percorso creativo. Citando dei capolavori dell’arte Witkin dà vita a dei tableaux vivants incredibilmente fedeli alla struttura formale degli originali, ma allo stesso tempo autonomi e dissidenti nei contenuti.

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Las Meniñas (self-portrait), 1987

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Still Life – Marseille, 1992

Insieme alla storia dell’arte e alla morte, l’altra ossessiva tensione del fotografo americano è quella verso la diversità e l’umana, grottesca imperfezione. Quella che Witkin mette in scena è un’umanità reietta, afflitta da anomalie fisiche, psichiche e comportamentali tali da essere emarginate e temute dal resto della società “perbenista”. Ci sbatte in faccia i nostri incubi peggiori e tutto ciò che preferiremmo non guardare e non considerare parte del nostro esistere: la morte, il deterioramento a cui siamo destinati e la “mostruosità” fisica, vanificando tutti i patetici sforzi con cui tentiamo di coprirci gli occhi, terrorizzati dalla caducità dell’esistere e dal nostro stesso provare terrore.

Joel-Peter Witkin

©Joel-Peter Witkin, Sanitarium, NM, 1983

Ponendoci brutalmente di fronte alla morte e alla violenza del deforme, le sue immagini provocano un istintivo disagio. Esse sono talmente inquietanti e conturbanti da far quasi distogliere lo sguardo, salvo poi tornare ad osservarle in forza di un perverso voyeurismo che al basico istinto di attrazione dell’orrore però aggiunge qualcos’altro. Alla repulsione sopraggiunge l’attrazione, insieme ad un vago senso di angoscia  e seduzione che rende queste che sono dei veri e propri capolavori, delle opere anche incredibilmente affascinanti. Attraverso il mezzo fotografico che ha scelto per esprimersi Joel-Peter Witkin cerca, e trova, il sublime nell’orrore e in una sorta di atto catartico di cui solo l’Arte è capace, cerca di liberarsi (e liberarci) dal terrore della morte e della diversità.

©Tutti i diritti riservati

 

Informazioni su Valentina Gallinari

Fondatrice di Octopus Art Magazine, è una storica dell'arte che ama la fotografia e i linguaggi artistici contemporanei. Laureata presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi su censura e trasgressione, continua ad approfondire le tematiche della violazione dei tabù, dell'universo simbolico dei rituali e a narrare tutto ciò che vale la pena di essere raccontato.
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