Jenny Saville, la sua visceralità profonda tra Rinascimento e Realismo

©Jenny Saville, Strategy (South Face-Front Face-North Face), 1993-94

Tra gli artisti più rappresentativi degli Young British Artists, Jenny Saville ribalta gli stereotipi di bellezza ed erotismo del corpo femminile. Attraverso una sorta di “macelleria umana” rappresenta corpi obesi, deformati, tumefatti, trasbordanti di sangue, grasso e brutale sensualità.

Jenny Saville nasce a Cambridge, classe 1970 e studia alla Glasgow School of Art fino al 1992. Il suo percorso artistico è già chiaro in questi anni: lo studio sui corpi sovrappesi e tumefatti, corpi con caratteristiche che la società definisce imperfezioni, vengono interpretati e raccontati da Saville anche in grembo alle affermazioni della società stessa, una collettività spesso ossessionata dall’aspetto fisico e dall’apparenza che l’artista provoca, disorienta e sconcerta rompendo ogni convenzionale canone di bellezza. Parlando del suo percorso è impossibile prescindere dal citare i grandi nomi che l’hanno ispirata, tra cui Manet e nientemeno che Tiziano con la sua opera forse più celebre, La Venere di Urbino, ma anche l’arte antica, Matisse e Cindy Sherman. Tuttavia la sua principale fonte d’ispirazione è Francis Bacon, secondo la stessa  artista “il miglior pittore che sia mai esistito”. Insomma, il suo percorso è incentrato sulla figura umana, a partire dalle Veneri e dalle figure rinascimentali fino a giungere ai più moderni nudi picassiani, una sorta di viaggio viscerale nella rappresentazione e interpretazione del corpo umano in quanto tale, senza censure e senza tabù.

©Jenny Saville, Branded,1992

Il tipo di pittura che la distingue, inoltre, applicata in strati pesanti diventando viscerale quanto la carne stessa che rappresenta, risulta essere molto facilmente accostabile a quello del pittore tedesco Lucian Freud. I due si accomunano per diversi motivi: la resa coloristica e il nervosismo grafico, ad esempio, ma in maniera più consistente e toccante, soprattutto nell’immensa umanità di rappresentazione. Saville, infatti, dipinge figure affette da obesità, costruendo un linguaggio che è riuscita ad ottenere grazie ad un viaggio americano in cui, ebbe modo di scoprire questo aspetto fisico che contraddistinguerà poi sempre i suoi lavori, anche i più recenti. Lei stessa ha affermato che “era interessante entrare nei centri commerciali e osservare un sacco di donne in carne. Carne e pelle bianca con pantaloncini e t-shirt”. Non per niente, d’altronde, è facilmente sostenibile l’asserzione secondo cui Saville avrebbe rinvigorito il dibattito sulla questione percettiva da parte della società sui corpi e sul loro potenziale artistico.

©Jenny Saville, Reverse, 2002-03

Le esperienze vissute su un piano tecnico e quasi clinico in seguito alla possibilità di osservare un chirurgo plastico a lavoro, il dottor Barry Martin Weintramb conosciuto a New York, le hanno regalato una maggiore conoscenza della carne umana, di come essa è composta, di come è fatta. Durante gli interventi di chirurgia estetica e liposuzione, Jenny Saville scattava centinaia di fotografie, riflettendo, oltre che sul corpo umano manipolato attraverso la medicina moderna, anche sui fattori psicologici che stanno dietro il non accettarsi, alle scelte di cambiamento riguardo al corpo. L’espediente che l’aiuta a rendere palpabile tali caratteristiche è la tecnica della pittura ad olio. Attraverso una stesura di pesanti pennellate che si sovrappongono, Saville è in grado di restituire allo spettatore tutto ciò che lei sta vivendo in prima persona, come se il dipinto in sé trasudasse realtà e, se si fa attenzione, è possibile quasi sentire il rumore che crea la pelle sfregando sulle superfici a lei vicine. Lo spettatore che si trova davanti le sue tele di grandi dimensioni ne è spiazzato, provando allo stesso tempo attrazione e repulsione. Donne sfacciatamente nude comunicano una moltitudine di messaggi: il disgusto nei confronti del proprio corpo, ma anche orgoglio della propria carne flaccida, strabordante di cellulite, smagliature, cicatrici o lividi.

Capovolgendo l’idea stereotipata della figura femminile nel mondo moderno, Jenny Saville rovescia ogni canone di bellezza attuale e, seppur tra critiche e censure come spesso accade nei confronti di ciò che è difficile guardare, solleva interrogativi e innesca in ognuno un personale meccanismo di percezione del corpo umano, con la sua fragilità, la sua crudezza, ma anche tutto il suo incredibile, brutale potenziale artistico.

©Titti i diritti riservati

Informazioni su Federica Comoretto

Attualmente al secondo anno di studi del corso in Beni Culturali storico-artistici presso l’Università di Torino. Da sempre appassionata di arte, ho affrontato l’aspetto più pratico di quest’ultima frequentando il ramo di specializzazione in pittura e scultura al Liceo Artistico Renato Cottini di Torino, esperienza che mi ha insegnato ad empatizzare in maniera più profonda col dato artistico. Amo qualsiasi forma d’arte, dalla musica alla fotografia, dal cinema alla scultura, dall’oreficeria alla pittura. Il mio proposito è quello di far vedere aspetti nascosti dell’arte di oggi, di ieri e di domani, ed essere di aiuto per comprendere ed apprezzare ogni creazione artistica.
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2 commenti

  1. Ciao, ho apprezzato molto l’articolo e il tema trattato. Mi è capitato di incontrare Saville nel corso dei miei studi e mi ha in qualche modo affascinata proprio per queste sue riflessioni e rese pittoriche del corpo, con tutti i risolti sociali del caso (e che anche tu hai fatto giustamente emergere). Volevo chiederti se sapresti dirmi qualcosa in più su “Torso”, l’opera che rappresenta la carcassa di mucca e perché e per quanto tempo l’artista ha spostato la sua attenzione dalla figura umana.
    Ti ringrazio se vorrai rispondermi, in ogni caso complimenti per il tuo articolo 🙂

    • Federica Comoretto

      Ciao, ti ringrazio immensamente dei complimenti, sono molto felice che il mio lavoro venga apprezzato.
      Ho provato a fare qualche ricerca per poter rispondere alla tua domanda, ma su quel periodo ho trovato molte poche informazioni.
      Quel che mi sembra però di notare, è che si tratta di un’episodio piuttosto isolato. Oserei dedurre ad uno studio approfondito degli effetti della carne soggetta alla più totale assenza di resistenza fisica, ma si tratta solo di una supposizione.
      Ti ringrazio molto in ogni caso per l’interessamento e, se avrai altre domande, sarò felice se vorrai pormele.

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