L’Italia nel grande formato. L’ambizioso progetto di Emanuele Passarelli

Emanuele Passarelli

©Emanuele Passarelli

Ritrattista dal taglio cinematografico, le sue atmosfere buie a dir poco suggestive accompagnano la sua produzione in maniera costante. A soli venticinque anni Emanuele Passarelli, romano, ha già scritto un pezzo di storia. Il suo ultimo ambizioso progetto si chiama L’Italia nel Grande Formato e prevede un viaggio per tutta l’Italia con l’intento di fotografare soggetti che, tramite una campagna di crowdfunding necessaria per affrontare le spese del viaggio e del materiale, avranno modo di farsi ritrarre, ottenendo una stampa fine art che rimarrà per sempre loro.
Abbiamo rivolto qualche domanda al fotografo che ci ha parlato del suo progetto e del suo particolare approccio alla fotografia.

-Sei molto giovane e so che non hai frequentato scuole, come sei giunto alla fotografia, e da quant’è che la pratichi?

Fotografo da circa da quattro anni. Ho comprato la prima macchina fotografica e il primo obiettivo e da lì ho iniziato a fare i primi lavoretti. Il primo lavoro è stato un saggio di danza, ho messo su una piccola squadra ed ho iniziato così ma ho abbandonato subito, non mi fa impazzire lavorare in massa con cento, duecento persone insieme e fare roba di poca qualità. Questo vale anche per le cerimonie, ma è durato veramente poco, forse un paio di mesi.

-Parliamo del tuo ultimo progetto, Italia nel Grande Formato, da cosa nasce? C’è qualcosa in particolare che ti ha spinto a farlo?

Il progetto è nato dal fatto che, tempo fa, facevo parecchi stati su Facebook dove mi lamentavo di come andasse male la fotografia, di come la gente non tenesse conto dei piccoli dettagli che facevano uscire un lavoro utile a qualcosa, o di come non si creasse qualcosa con rispetto, ma questi stati non portavano a niente; certo, ero l’eroe del momento, ma prendevo una manciata di Like e la storia finiva lì. Insomma, non era nulla di costruttivo e quindi mi son detto: ora invece di lamentarmi faccio qualcosa. Io non penso di essere il miglior ritrattista d’Italia, ovviamente punto in alto, punto a essere ricordato nei libri di storia e non mi vergogno a dirlo, sono molto ambizioso, ma voglio essere un esempio per chi mi segue e per chi mi seguirà. Quindi ho unito l’utile al dilettevole e mi sono inventato questo tour. Premetto che ho sempre viaggiato per l’Italia, da Roma in su mi hanno sempre commissionato ritratti, per cui ho pensato di fare qualcosa di costruttivo e così è nata l’idea. Oramai oltretutto ci siamo, a settembre partirò.

-Inoltre, il tuo intento è quello di utilizzare un metodo molto antico, quello del banco ottico, perché questa scelta?

Durante il mi percorso fotografico ho capito che quello che mi appagava di più erano i ritratti, inoltre ero sempre in cerca di attrezzature che mi aiutassero a fare il mio lavoro nel miglior modo. Un giorno mi son detto che volevo scattare in pellicola, inoltre mi era rimasto il pallino del banco ottico, per cui me lo sono comprato. I miei colleghi mi dicevano che era una pazzia, in effetti hanno ragione. Io vado a sensazioni, so se una cosa la so fare o no, per cui se son capace a scattare in un modo faccio un po’ di pratica e via, alla fine si parla di bottoni da premere. Di sicuro è un approccio totalmente differente da quello che facciamo noi. L’unica cosa che non va sottovalutata è che io ho scelto di utilizzare il banco ottico per via della sua lentezza, mi posso prendere tutto il tempo del mondo, ma lo scopo è fare una foto fatta bene, non andare a raffica.

-So che vuoi riportare in voga l’immagine del ritrattista. Pensi che questa figura sia decaduta nel tempo? Credi che i social abbiano avuto un’influenza particolare a riguardo?

Penso che non ci sia rispetto per il fotografo, ti chiamano e ti dicono: “Dai, porta la macchina foto e facci due foto”, ma non esiste, è come dire al macellaio “Ehi dai, porta un paio di bistecche che ti dò 5 euro”. Non è considerato come un lavoro. Per quanto riguarda i Social sicuramente hanno le loro colpe, ma hanno anche i loro vantaggi, piuttosto è colpa della gente; se ci pensi non è mai lo strumento che fa il danno, non sono le armi che uccidono, è la gente che lo fa, per cui penso che il problema reale è che chiunque si improvvisa senza lavorare sul futuro. Ti faccio un esempio, tu domani vai al MediaWorld e decidi di comprare una macchina fotografica, poi per il primo anno fai foto gratis. Quante persone fanno così ogni giorno? C’è una saturazione di persone che lavorano gratis, e c’è gente come me, o come chi deve pagar l’affitto, che inizia ad aver qualche problema. Non è giusto che venga considerato come lavoro solo chi fa cerimonie ed eventi. La soluzione secondo me è che le persone capiscano quale potrebbe essere un percorso da affrontare, per cui è giusto fare collaborazioni o agevolare qualche cliente chiedendo un po’ meno agli inizi, ma devi essere impostato verso una direzione che ti porta in alto, si dovrebbe lavorare su un futuro. Detto ciò, io voglio andare in giro con questo banco ottico, ma non è necessario quello per risollevare la situazione, più che altro l’ho preso perché ho unito un po’ di idee e progetti in un unico tour.Inoltre il banco ottico sprona le persone ad avvicinarsi alla fotografia, perché incuriositi dallo strumento. Il progetto, comunque, è andato bene, sono arrivato a 6500 euro di ritratti, è un bel traguardo, e appunto ti dico, è sì importante creare un contenuto funzionale ma è importante anche venderlo, altrimenti intasiamo solo Instagram e Facebook.

 

Emanuele Passarelli

©Emanuele Passarelli

-Come consideri le tue foto? Sono opere d’arte o elementi funzionali ad un discorso differente, più “umano”, più vicino al grande pubblico?

Diciamo una via di mezzo. Io non faccio una foto concettualmente estrema, non ho un background adatto per fare questi lavori. Inoltre parto in svantaggio perché lavoro su immagini molto buie, e il commento medio è “sì bella me è sottoesposta” ma è ovvio che se le faccio così è perché c’è un motivo, quindi già di base non è proprio per il grande pubblico, ma piano piano si fa tutto. Fino ad adesso comunque ho lavorato con artisti vari, usando i loro volti per farmi una sorta di autoritratto, per far uscire cose che avevo dentro io. Solo una volta sono riuscito a fare una cosa un po’ più per il pubblico: feci un reportage su alcune trans che lavorano qui in zona. Quello è stato un progetto davvero interessante, e mi ha cambiato davvero tanto. Ci fermavamo a parlare, parecchie di loro erano molto socievoli, a volte portavamo loro dei cornetti e mi sono sempre rimaste in testa alcune storie che ci raccontano queste persone, poi ho pensato che io scatto sempre di notte, per cui perché non scattare proprio qualcosa che mi interessa? Volevo parlare con queste persone con la macchina fotografica in mano, ed erano loro che decidevano come farsi vedere al mondo, ovviamente sempre sotto il mio occhio fotografico.

-Pensando al tuo progetto ho trovato alcune affinità con un grande della fotografia americana, Richard Avedon con The American West, per cui mi chiedevo, per quanto riguarda lo sviluppo di questo progetto, ti sei ispirato a qualche fotografo in particolare?

Devo dire che Avedon più che fonte di ispirazione è stato un modo per visualizzare come avrebbe dovuto essere impostato questo progetto, poi è ovvio che non sarà come il suo, anche per una questione di stile. Comunque mi è venuto in mente lui perché non riuscivo a visualizzarlo, quindi ho preso il libro, l’ho sfogliato ed ho visto un progetto con un inizio, una continuità e una fine. Personalmente però, c’è un fotografo a cui mi ispiro che, oltretutto, è stato suo assistente per tre anni: Mustafa Sabbagh. Ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente nel 2017 in un workshop e mi ha cambiato approccio, non solo alla fotografia, proprio alla vita.

-La campagna di crowdfunding è andata molto bene, e tutti i partecipanti si sono messi in gioco in prima persona. I soggetti che immortalerai, secondo te, per quale motivo hanno deciso di farsi ritrarre?

C’è chi lo fa per ego, o per scopi pubblicitari, e questi ultimi li ho rifiutati, perché quello che chiedo è un contributo per andare incontro alle spese e non un vero e proprio cachet. Quello che però mi fa davvero piacere è che ho gente che non ha mai avuto una foto, ma con questa iniziativa gli è venuta voglia di provare, questo a me fa tantissimo piacere. Penso che sia proprio questo il vero goal, non i 6500 euro fatti, anche se si tratta di numeri che è difficile raggiungere, non conosco nessuno che ci sia mai riuscito.

-E tu, quando scatti, come interpreti chi si è offerto di farsi fotografare, per te sono figura, forme o persone? Inoltre, Il tuo intento è quello di “rubare” loro un po’ della loro persona nella speranza di vederli riconoscere a livello emotivo in una fotografia?

Io personalmente mi devo trovare di fronte alla persona, ma con questo progetto cercherò di fare qualcosa di molto rigoroso anche se col mio stile. Se poi magari incontro quella persona con cui scatta il colpo di fulmine, allora magari proverò a fare qualcosa di più ricercato, ma purtroppo ancora non riesco a controllare questa cosa, non riesco proprio a organizzarla.

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Informazioni su Federica Comoretto

Attualmente al secondo anno di studi del corso in Beni Culturali storico-artistici presso l’Università di Torino. Da sempre appassionata di arte, ho affrontato l’aspetto più pratico di quest’ultima frequentando il ramo di specializzazione in pittura e scultura al Liceo Artistico Renato Cottini di Torino, esperienza che mi ha insegnato ad empatizzare in maniera più profonda col dato artistico. Amo qualsiasi forma d’arte, dalla musica alla fotografia, dal cinema alla scultura, dall’oreficeria alla pittura. Il mio proposito è quello di far vedere aspetti nascosti dell’arte di oggi, di ieri e di domani, ed essere di aiuto per comprendere ed apprezzare ogni creazione artistica.
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