Carlo Scarpa, un assaggio di architettura contemporanea a Venezia

©Ph. di Marina Valfrè di Bonzo

Forme razionali, linee semplici, ricercato minimalismo. Difficilmente si ricorrerebbe a queste espressioni per descrivere l’architettura veneziana. Ma nascoste sotto la coperta gotica che ammanta Venezia si nascondono architetture contemporanee di rara bellezza. Una di queste è l’Area Carlo Scarpa all’interno della Fondazione Querini Stampalia.
La Fondazione sorge nell’antica dimora dei Querini, famiglia di antichissima origine ricordata per essere tra i primi fondatori di Venezia. Nel 1868 il Conte Giovanni lasciò in eredità alla città l’intero patrimonio familiare con il desiderio che si creasse un’istituzione che promuovesse “il culto dei buoni studi e delle utili discipline”. Circa ottant’anni dopo, il Consiglio di Presidenza della Fondazione Querini Stampalia decise di restaurare alcune parti del palazzo; in modo particolare il piano terra e il giardino, entrambi in stato di profondo degrado dovuto soprattutto ai frequenti ingressi di acqua durante il fenomeno dell’acqua alta. Il direttore della Fondazione Manlio Dazzi affidò a Carlo Scarpa il progetto, inaugurato il 26 giugno 1963.
Il lavoro di Scarpa si fonda sul desiderio di rinnovare e consolidare i locali del pianterreno senza far perdere al palazzo la propria identità antica e veneziana. Per riuscirci preferisce mantenere intatto il legame con l’acqua, essenza di Venezia e filo conduttore del progetto.

©Ph. di Marina Valfrè di Bonzo

Scarpa parte dalla realizzazione di un nuovo ingresso sul fronte del palazzo senza sfruttare le porte già esistenti (in quanto porte d’acqua) ma ricavando un accesso da una vecchia finestra al piano terra. Un ponte zoppo in ferro, legno e ottone, sotto il quale scorre il canale, collega il campo antistante la Fondazione al nuovo ingresso.
Varcata la soglia si posano i piedi sul pavimento dell’atrio rivestito da grosse tessere squadrate di marmo rosso, rosa, bianco e verde unite a formare una composizione astratta. Svoltando a sinistra si percorre il portego: parallelo al canale e in dialogo con esso. Grate metalliche lasciano penetrare l’acqua nell’ambiente, che si srotola su più livelli solcati da canaletti. Una lingua di pietra si protende come un pontile su un vano ribassato che si riempie d’acqua durante l’alta marea: “dentro, dentro l’acqua alta; dentro come in tutta la città. Solo si tratta di contenerla di governarla, di usarla come un materiale luminoso e riflettente […] Una meraviglia!” (G. Mazzariol, Lo spazio dell’arte, 1992).
Una vetrata separa il portego dall’Aula Gino Luzzatto, un vasto ambiente progettato con l’intento di ospitare mostre e manifestazioni culturali. Il tema dell’acqua riecheggia anche in questa sala, il cui pavimento in calcestruzzo e corsi di pietra – attraversato da sottili lastre di pietra d’Istria – risale come un’onda lungo le pareti, formando un’alta zoccolatura oltre la quale si estendono fasce di travertino solcate da una rotaia in ottone. Le lampade verticali che compongono l’illuminazione a parete riprendono la geometria del pavimento ampliando l’idea dello scorrere dell’acqua e del suo riflettersi nell’ambiente circostante.

©Ph. di Marina Valfrè di Bonzo

Elementi nascosti ed eleganti impreziosiscono gli spazi coperti: dall’involucro in pietra d’Istria con bande in oro zecchino che avvolge i termosifoni, ai pannelli geometrici intersecanti che nascondono il quadro elettrico; dal passaggio nascosto nella parete mascherato da una lastra di travertino, alla semplice raffinatezza della fusione tra pietre e metalli.
A dividere l’Aula Luzzatto dal giardino è ancora una vetrata, ponte visivo che collega l’interno all’esterno. La pavimentazione della sala si estende oltre la parete di vetro come un flutto d’acqua, interrotto da uno zoccolo di calcestruzzo che racchiude il prato sopraelevato. Il muretto è scavato e al suo interno scorre un canaletto d’acqua che sgorga da una labirintica scultura di alabastro, passa a fianco a un leone di pietra, scivola lungo una lingua di bronzo e scompare sotto una vera da pozzo. Sul lato opposto del giardino si erge un muro di calcestruzzo decorato da una fascia di mosaico realizzato con tessere di vetro d’oro e d’argento. Il vetro si ritrova alla base del muro, incastonato nel cemento sul fondo di una vasca d’acqua quadrata, che ne racchiude a sua volta una più piccola di rame.
Luce, acqua e natura si intrecciano in un progetto che riesce – sapientemente e con grazia – a far dialogare l’antico con il moderno. Carlo Scarpa ha donato a Venezia un luogo al contempo forte e riflessivo, nascosto e manifesto, ricco e semplice, in cui l’intimità di una dimora si fonde con la frenesia della vita veneziana.

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Informazioni su Marina Valfrè di Bonzo

Dopo gli studi triennali in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali, Marina Valfrè si iscrive al corso di laurea specialistica in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, completando il percorso accademico nell'estate del 2018 con una tesi sulla fotografia off-camera. Appassionata di arte, cinema e teatro, si sta impegnando per entrare nel mondo dei musei, con l'obiettivo di rendere la cultura più accattivante e accessibile a tutti. Nel tempo libero cura le proprie piante e legge avidamente libri e fumetti.
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