Bestie di scena, ritratto di un’umanità in fuga

Bestie di scena

©Masiar Pasquali – Bestie di scena

Uno spettacolo senza dialoghi né costumi, senza una trama o una storia da raccontare, ma solo corpi nudi privati di ogni erotismo che camminano, corrono, si inseguono, cadono e si rialzano, a cui è affidato l’arduo compito di esprimere il pensiero e la condizione umana. Emma Dante torna al Teatro Argentina con il suo ultimo lavoro Bestie di scena, una sorta di ritratto di un’umanità in fuga rimasta senza via d’uscita, in replica fino al prossimo 22 ottobre.
L’attenzione all’uso del corpo dell’attore in scena è un elemento fondamentale nel teatro della regista palermitana, un esercizio che prevede la necessità della perdita totale della vergogna e l’affrancamento da qualsiasi giudizio e retroterra culturale da parte dell’interprete, fattori che lo limiterebbero nella sua espressione artistica. Molto spesso però il pudore e il senso di imbarazzo non risiedono certo negli attori, bensì in chi quella nudità, non solo fisica, se la ritrova davanti procurandogli enorme disagio. E non per il tabù del corpo nudo che ormai non scandalizza (quasi) più, ma è quello spogliarsi e darsi completamente che molte volte mette in difficoltà. La stessa regista spiega:

“Per un tempo lungo delle prove ci siamo concentrati sullo sguardo, siamo stati ore a guardarci io e gli attori, loro guardavano me e io li guardavo, senza parlare, senza giudicare. All’inizio erano vestiti, poi in mutande e alla fine nudi. Si sono spogliati piano piano, ognuno col tempo che serviva. Poi, ottenuto ciò che volevo, io spettatrice, colei che se ne sta seduta sulla sedia e guarda, ho cominciato a sentire la pena del mio sguardo, provando uno strano senso di colpa di fronte alla scena nuda e ai corpi nudi. Allora ho chiesto loro di coprirsi occhi, seni e genitali per liberarmi da questo peso. E ho capito che il peccato stava nel mio sguardo, nel mio fissare quei corpi, quelle facce, che faceva del male soprattutto a me.”

 

Bestie di scena nasce con l’intento di raccontare proprio il lavoro dell’attore, la sua fatica e il suo abbandono totale, attraverso la perdita di tutto (della parola e del costume dietro cui mascherarsi), ma poi quel proposito iniziale si è trasformato in qualcos’altro e la rinuncia è diventata la scintilla per tracciare il viaggio dell’individuo alla ricerca di se stesso. 

Bestie di scena

©Masiar Pasquali – Bestie di scena

Tutto ha inizio mentre il pubblico sta ancora prendendo posto in sala: sul palco quattordici attori eseguono un vero e proprio training ginnico, una sorta di allenamento ritmico ed estenuante che li lascia sudati e senza fiato, fino a che gradualmente si spogliano dei loro indumenti fradici e consegnano agli spettatori i loro corpi nudi, inizialmente mostrati con pudore coprendosi occhi e genitali, ma poi esibiti senza più senso di peccato o vergogna. Dalle quinte buie arrivano sul palco oggetti che impauriscono, confondono, mettono alla prova i quattordici corpi e li tengono impegnati. Prima l’acqua con cui bagnano il palcoscenico e poi gli stracci per asciugarlo, quando noccioline che ingurgitano e sputano come essere primitivi e poi le scope per pulire, fino ad una pioggia di indumenti che loro, disubbidiendo all’ennesimo obbligo imposto da questo luogo esterno e indefinito, non indosseranno mai.

Bestie di scena

©Masiar Pasquali – Bestie di scena

In Bestie di scena non ci sono né ruoli né scenografie, ma solo un susseguirsi di coreografie e gesti ripetitivi, quasi ossessivi, che muovendosi in un girone infernale sembrano raccontare la storia dell’umanità: fragili e spaesati Adamo ed Eva lanciati nel mondo, individui che si illudono di vivere e divertirsi e poi la regressione a esseri primitivi che si nutrono, litigano e si muovono come bestie. Non siamo che un corpo, una massa e sostanza il cui linguaggio è talmente potente ed espressivo da riuscire a sostituire anche la parola, il pensiero. Non c’è nulla di erotico, esibizionistico o provocatorio, ma solo corpi di sette donne e sette uomini che hanno bisogno di esporre allo sguardo la propria condizione di esseri umani, di scardinare le logiche della finzione e denudare il teatro di ogni orpello fino a ridurlo alla sua essenza: corpi che si muovono su un palcoscenico davanti a degli spettatori che ne osservano attenti il millenario rituale.

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Informazioni su Valentina Gallinari

Fondatrice di Octopus Art Magazine, è una storica dell'arte che ama la fotografia e i linguaggi artistici contemporanei. Laureata presso l'Università degli Studi di Perugia con una tesi su censura e trasgressione, continua ad approfondire le tematiche della violazione dei tabù, dell'universo simbolico dei rituali e a narrare tutto ciò che vale la pena di essere raccontato.
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