Arma il prossimo tuo. La violenza scambiata per Dio

©Paolo Siccardi, Madri piangono i figli morti nell’esplosione della base militare di Qafa Shatama, Albania, 1997

Fino al 9 settembre il Museo del Risorgimento di Torino ha ospitato Arma il prossimo tuo. Storie di uomini, conflitti, religioni, mostra fotografica che trascina lo spettatore nel controverso mondo delle guerre interreligiose.

È impossibile rimanere impassibili di fronte alle fotografie di Paolo Siccardi e di Roberto Travan. La forza dei loro scatti – duri e dolorosamente sinceri – travolge chi vi si immerge con lo sguardo.
Arma il prossimo tuo, il cui titolo echeggia le parole di Gesù, è un viaggio nei conflitti mondiali che dagli anni Ottanta a oggi hanno mutato profondamente il volto della Terra e il modo di concepire e comprendere la religione. Come può un dio – qualunque sia il suo nome – pretendere tanto sangue? In nome di chi ci si sente autorizzati a strappare la vita a un bambino? Come si possono far convivere due sentimenti così incompatibili come l’odio e l’amore?
Queste le domande che passano per la mia mente mentre mi appresto ad affrontare il cammino nell’imponente corridoio che ospita la mostra. Timidamente mi avvicino al primo gruppo di fotografie e un braccio invisibile mi trascina nell’Ucraina del 2014, dilaniata dal conflitto civile e dall’odio nei confronti dei filorussi. Un uomo alla mia destra ha perso un braccio, le gambe e la vista saltando su una mina, al suo fianco un soldato si prepara a tornare sul campo di battaglia mostrando orgogliosamente l’immenso rosario tatuato sulla sua schiena. Distolgo lo sguardo e i miei occhi incrociano quelli di Sergey, armato di tutto punto e ornato da un crocifisso infilato nel giubbotto. Mi sta guardando dall’aldilà: un mese dopo quello scatto è stato ucciso da un colpo di mortaio.

©Roberto Travan,
Sergey tra i resti di Promzona, un tempo la zona industriale di Avdiika, 2017

Le immagini mi colpiscono come uno schiaffo e mi scagliano fuori dalle loro cornici. Mi volto e vengo risucchiata dall’aria secca e calda di Israele, teatro di ostilità dal 1948. Il Muro del Pianto si staglia di fronte a me decorato dal suono cantilenante delle invocazioni religiose. Un soldato al mio fianco si raccoglie in preghiera con un’arma appesa al braccio, un ebreo ortodosso infila un pezzo di carta piegato in una fessura della parete. Mi inoltro nei vicoli di Gerusalemme seguendo silenziosamente un uomo con tre pesanti croci sulle spalle: sta ripercorrendo la strada seguita da Gesù prima della crocifissione.
La visione si dissolve. Sono di nuovo nel silenzioso corridoio bianco del Museo, ma bastano pochi passi per catapultarmi nuovamente in un assordante campo di battaglia. Sono in Iraq e mi sembra di vivere un sogno: ho già visto queste immagini.. Velocemente tento di ricordarmi dove e come un fulmine improvviso mi ritrovo nel salotto di casa. È il 2003 e sto guardando il telegiornale con mia mamma. Mi viene da piangere perché alle spalle del giornalista esplodono bombe e si sentono grida. Per la prima volta mi accorsi che il mondo in cui vivevo ospitava una guerra.
Il ricordo è doloroso e tento di allontanarlo. Ma voltandomi non riesco a fare a meno di sentirmi risucchiare da un nuovo vento di guerra che mi trasporta nel tormentato continente africano. Il sentiero che mi conduce tra il Centrafrica e il Sud Sudan è fatto di fosse comuni maleodoranti e cadaveri avvolti in sacchetti di plastica, resti umani deturpati da colpi di machete e volti vuoti che si fissano su di me come a domandarmi che cosa li attenda. Non saprei cosa rispondere.

Immagine dalla mostra

Proseguo il mio viaggio ideale in Afghanistan a bordo di un Buffalo, un blindato usato dai militari italiani. Un crocifisso appeso al parabrezza e un’icona della Madonna mi accompagnano su un campo costellato di mine mentre di fianco a me scorrono le immagini strazianti della distruzione provocata dai taliban. Con il pensiero raggiungo la Siria, dove il corpo di un ragazzo strappato alla vita dall’esplosione di una bomba riposa su una sdraio di plastica simile a quella su cui prendo il sole in giardino, e proseguo versi i Balcani, accolta dalle vittime della pulizia etnica di musulmani a Srebrenica.
È un percorso doloroso e in salita. Ogni gruppo di fotografie è una scatola che custodisce verità dure e domande a cui non so dare una risposta. Sollevandone i coperchi si aprono vasi di Pandora di cui è impossibile arginare il contenuto. Non c’è Dio dietro a tutto questo. C’è l’uomo, che da secoli si nasconde dietro la scusa della religione per perpetrare i crimini più atroci.
Arma il prossimo tuo ha saputo ridare dignità a persone che pensavano di averla persa, voce a minoranze dimenticate, ascolto a madri disperate e figli abbandonati. La mostra, allestita delicatamente e accompagnata dalle intense parole di una poesia di Domenico Quirico, ridà forma in un angolo di Torino ai sentimenti strazianti di uomini e donne di tutto il mondo. All’uscita – scossa, svuotata – mi tornano in  mente le parole di Primo Levi: Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici […] Meditate che questo è stato.

©Tutti i diritti riservati

 

Informazioni su Marina Valfrè di Bonzo

Dopo gli studi triennali in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali, Marina Valfrè si iscrive al corso di laurea specialistica in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, completando il percorso accademico nell'estate del 2018 con una tesi sulla fotografia off-camera. Appassionata di arte, cinema e teatro, si sta impegnando per entrare nel mondo dei musei, con l'obiettivo di rendere la cultura più accattivante e accessibile a tutti. Nel tempo libero cura le proprie piante e legge avidamente libri e fumetti.
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